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"L'INCONTRO INASPETTATO" DI SILVIA GREGGIO

pubblicato 20 dic 2015, 06:16 da Andrea Venturini   [ aggiornato in data 20 dic 2015, 06:40 ]

Era tutta argentata, con delle lucine colorate che lampeggiavano e un monitor con vicino un bottone, era arrivata silenziosamente quel giorno …

Mi avvicinai e capii dalla scritta sul monitor che diceva: “Imposta destinazione e data” che quella “cosa” era una macchina del tempo.

Ero confusa, ma alla fine decisi che dovevo salire su quella macchina del tempo, così entrai ed impostai la destinazione, la data e schiacciai il bottone …


Mi ritrovai nel 1917, era il 24 ottobre, ero arrivata a Caporetto.

Stavo in una delle trincee italiane della Prima Guerra Mondiale, vicino ad un signore di circa vent’anni che assomigliava un po’ a mio nonno Giacomo.

Mi parlò un po’ della sua vita. Si chiamava Salvatore Laudicina, un siciliano partito per l’America in cerca di fortuna, ma tornato in Italia allo scoppio della guerra, per difendere la patria. Che stupore, era il mio bisnonno!


Qualche minuto dopo il suo racconto, il campanile della chiesa del paese rintoccò le due del mattino, poi si sentì l’allarme: era il gas nemico.

Mi misi subito la mascherina, come Salvatore ed aspettai senza guardarmi attorno per evitare di vedere i corpi di chi non ce l’aveva fatta.

Subito dopo venni a sapere che era stato il generale tedesco Otto von Below, che insieme agli austriaci voleva dare il colpo decisivo all’Italia.

Non sapevo che la battaglia era appena iniziata…

All’alba ci fu il bombardamento d’artiglieria e ne seguirono rapidamente attacchi di fanteria in vari punti.

Noi italiani fummo così colti di sorpresa e in svantaggio numerico.

Il giorno dopo le nostre difese erano crollate, le nostre riserve erano troppo lontane e le vie di comunicazione interrotte, così il nostro generale ci diede l’ordine di ritirata.

Non ci importava di aver perso la battaglia, ma di aver perso i nostri compagni e che non potevamo neanche seppellirli perché i corpi erano sparsi, confusi e non si capiva neppure la loro nazionalità.

I soldati morti sembravano considerati carne da macello. Pochi, come io e Salvatore erano sopravvissuti.

Per me comunque fu un onore ed un’emozione combattere insieme a quei soldati passati alla storia.


Poi, tra l’8 e il 12 dicembre, i nostri generali costrinsero noi soldati a spostarci o sul Piave o sul Monte Grappa o sul Montello, a seconda dell’armata di appartenenza.

Ad un certo punto sentii chiamare il mio nome. Mi svegliai, era il prof Papaccio che mi stava chiamando.

Ora mi ricordo: mi ero addormentata durante la sua lezione. Stavamo parlando della Prima Guerra Mondiale e leggendo le poesie scritte dai soldati in trincea per fine anno.

Era arrivato il mio turno ed insieme al mio compagno di classe,così incominciai a leggere la poesia “Dulce et Decorum est pro Patria Mori”.

Ecco il perché di questo sogno!


DULCE ET DECORUM EST di Wilfred Owen (1917)


Piegati in due, come vecchi accattoni sotto sacchi,

con le ginocchia che si toccavano, tossendo come streghe, bestemmiavamo nel fango,

fin davanti ai bagliori spaventosi, dove ci voltavamo

e cominciavamo a trascinarci verso il nostro lontano riposo.

Uomini marciavano addormentati. Molti avevano perso i loro stivali

ma avanzavano con fatica, calzati di sangue. Tutti andavano avanti zoppi; tutti ciechi;

ubriachi di fatica; sordi anche ai sibili

di granate stanche, distanziate, che cadevano dietro.


Gas! Gas! Veloci, ragazzi! – Un brancolare frenetico,

mettendosi i goffi elmetti appena in tempo;

ma qualcuno stava ancora gridando e inciampando,

e dimenandosi come un uomo nel fuoco o nella calce…

Pallido, attraverso i vetri appannati delle maschere e la torbida luce verde,

come sotto un mare verde, l’ho visto affogare.


In tutti i miei sogni, prima che la mia vista diventasse debole,

si precipita verso di me, barcollando, soffocando, annegando.


Se in qualche affannoso sogno anche tu potessi marciare

dietro al vagone in cui lo gettammo,

e guardare gli occhi bianchi contorcersi nel suo volto,

il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare;

se tu potessi sentire, ad ogni sobbalzo, il sangue

che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi dal gas,

ripugnante come un cancro, amaro come il bolo

di spregevoli, incurabili piaghe su lingue innocenti, –

amica mia (*), tu non diresti con tale profondo entusiasmo

ai figli desiderosi di una qualche disperata gloria,

la vecchia Bugia: Dulce et decorum est

pro patria mori.
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